03/03/2014

" Pittura ad alto impatto emotivo "

Testo di Luca Beatrice


E’ futurista ma non provoca. E’ provocatoria ma non dà scandalo. E’ scandalosa perché fa di un gesto la bellezza assoluta. E’ impact, pittura ad alto tasso emotivo. L’ha inventata Julian T., un ventisettenne che vive in una città di mare e che con la sua proposta vorrebbe girare il mondo. Sfidandolo, macchiandolo.

Intanto non ha perso tempo ed è salito su un dirigibile durante la Biennale di Venezia, in anticipo rispetto al progetto di una finta campagna pubblicitaria ideata dall’artista messicano Héctor Zamora, Sciame di dirigibili.

Julian trasforma la sfida in possibilità, come quella di firmare la sua autocandidatura in laguna facendo cadere dal cielo una boccia di colore. Una macchia nera, schizzo grafico e calligrafico, è la sua cifra espressiva.

Parlare di pittura sarebbe riduttivo e la sola performance confinerebbe la sua azione in una pratica troppo concettuale. Gli interventi di Julian T. devono molto alla Process Art e all’Action Painting ma la mettono in scena secondo lo spirito del “decennio breve”. Vuole lasciare una traccia e sa di poterlo fare. E’ figlio della società dell’immagine e di una cultura che usa il tweet come sinonimo di semplicità e immediatezza.

Il segno prodotto dall’esplosione di colore su una superficie è traducibile in un messaggio che ha il sapore dello Stencil Graffiti, o della Street Art. E’ la tag usata dal graffitismo per impadronirsi dello spazio pubblico. Per Julian T. è la traduzione, in una nuova forma pittorica, dello stesso impatto emotivo di tanta pubblicità commerciale.

Impact è l’impronta, il punto di collisione tra idea e il suo farsi, e lo spazio della tela - usando le parole del critico americano Harold Rosenberg, “un’arena nella quale agire”.

Julian adopera le intuizioni introdotte prima da Jackson Pollock, con i suoi drip painting, e il motto sostenuto dalle anime del movimento Gutai del dopoguerra, Yoshihara Jiro e Shozo Shimamoto, “liberare il colore dal pennello”. Allora si usavano annaffiatoi, ombrelli, vibratori, pallottolieri, pattini. E poi ancora i piedi o le armi da fuoco (penso agli shooting painting di Niki de Saint Phalle). Oggi si preferiscono le moto.

Le performance di Aaron Young, ad esempio, sono il risultato di azioni estreme che coinvolgono motociclisti, skeaters e tatuatori in peripezie su due ruote: sgommate e frenate raschiano i copertoni su lastre di alluminio o legno producendo cerchi concentrici, disegni automatici di dimensioni macroscopiche e semplici scarabocchi. Sono sprezzanti e pericolose perché vivono di un pizzico di sana incoscienza. Rispondono alla richiesta di spettacolarità e sfidano il potere di seduzione di corse clandestine, graffitismo urbano in un rinnovato bisogno di scommessa.

Julian insegue un modello nuovo di fare arte. Conosce le pratiche alchemiche e zen impartite dai maestri della performance degli anni Sessanta e le applica con disinvoltura in uno spettro di possibilità linguistiche più in linea con il suo tempo. E’ cresciuto nella civiltà dell’open source che premia la competizione visiva con la regola del teaser, dove cioè vince la più alta sintesi formale che sa combinare curiosità ed emotività.

La sottotraccia è una critica che gli nasce spontanea. L’artista interpreta il modus operandi della società dei consumi, della politica e della cultura di massa, e colpisce – in senso stretto – le immagini simbolo della contemporaneità.

Dopo il bianco e nero, i monocromi luminosi e i policromi dedicati agli stadi di trasformazione della materia secondo il sistema filosofico esoterico (nigredo, rubeda, citrinitas, albedo, viriditas, che corrispondono al nero, al rosso, al giallo, al bianco e al verde della scala cromatica in pittura) Julian “firma” una serie di nuovi lavori. La celebre fotografia del presidente Barack Obama, il bacio di William e Kate andato in onda su scala planetaria, i due più grandi disastri registrati negli anni Duemila, una “google view” di Fukushima e lo spettro delle Torri Gemelle in fiamme.

Lo stesso potere esercitato dalla civiltà dell’immagine è quell’impatto visivo che Julian T, ricerca ed esaspera.

Se immaginassimo di poter filmare una delle azioni di Julian T., il piano sequenza della camera si muoverebbe attorno alle sue mani per riprendere come il massimo dell’obiettività (il controllo sistematico del gesto, unico e irripetibile) coincida con la più totale indeterminazione del risultato (la frammentazione del colore nell’impatto con la superficie).

Astraendolo in un frame fotografico, il preludio che anticipa il gesto creativo è lo stesso che potrebbe annunciare l’inizio di un match: è la calma prima della tempesta, il silenzio teso verso un boato inaspettato. Il distillato del colore e la sua ordinata preparazione sono la controparte di un’azione a senso unico, l’esplosione che è il sigillo (la sigla) dell’opera.

Ipotizzando un piano sequenza, penso al magistrale spot Paint realizzato dal regista Jonathan Glazer per la Sony: un tranquillo quartiere di Glasgow, campi lunghi e profondi, prospettive architettoniche, prati. Ovunque è quiete e calma. La macchina da presa che si ferma su un edificio: di colpo uno scoppio, poi un secondo e un terzo, e via, sulle note de La gazza ladra di Gioacchino Rossini. 70mila litri di vernice colorata si scatenano in un balletto di geiser imbrattando tutto quello che capita a tiro.

La scena sarebbe certo piaciuta al regista di Zabriskie Point. Siamo sul finale, con la memorabile esplosione della super villa nel deserto californiano. L’audace abbinata - establishment vs catastrofe - e il blow up della camera da presa, così caro a Michelangelo Antonioni, mandano in mille pezzi le icone della società americana degli anni Settanta. Apparecchi televisivi, libri, elettrodomestici ondeggiano al ralenti di angolature sempre più azzardate e ravvicinate. Ma non un è terremoto. Antonioni penetra nella visione, supera il limite ed entra a suon di sintetizzatori in un universo “oltre”.

Tutto accade realmente e si compie e cristallizza in un’icona che buca il tempo.

Julian T. ha in mente di far esplodere ancora i suoi colori, impattando su tele monocrome. L’effetto è davvero sorprendente ed elegante. Sappiamo che “impatto” è anche sinonimo di “effetto” e vuol dire anche scontro, collisione, contatto…