11/01/2016

Julian T... Non solo una macchia

Testo di Matteo Galbiati


Per la nuova mostra personale, nell’ambito del progetto no-profit Banca Sistema Arte, una selezione di oltre 40 opere del giovane artista Julian T (1986) colora e riempie gli uffici della sede milanese di Banca Sistema.
Sono lavori che, certo, non passano inosservati, impossibile pensarli solo come semplici quadri: l’immagine della loro presenza viene affidata, infatti, alla traccia residua di un gesto, di un’azione che si compie con l’imprevedibilità dell’impeto. Il linguaggio, la pratica e la riflessione dell’artista savonese si rivolgono all’idea di macchia come immagine “aperta” e recettiva di una vasta gamma di considerazioni che muovono dalla sua creazione al senso metaforico-simbolico, dalla percezione istintiva alla sua forma e all’immaginario che ne consegue.

Osservare le sue tele, anche (o soprattutto) di grandi dimensioni, non conduce immediatamente, quindi, alla visione di una “figura”, bensì, lo sguardo si impegna a richiamare istintivamente ad altre intuizioni: si cercano entità che vanno oltre il visibile, si indagano gli elementi scatenanti il risultato della macchia stessa, come la forza, l’atto, il gesto, l’incidenza del caso, la libertà espressiva che sottintendono la sua “produzione”.
Julian T si affida all’impatto di un fragile contenitore di colore che, colpendo il supporto, incidentalmente disperde la massa cromatica sulla tela: le sue macchie – per questo controllabili fino ad un certo punto – restano indeterminate nelle loro coordinate definitive, frutto di tutte quelle variabili, di cui si diceva, che l’artista pone come condizione indispensabile per il verificarsi fisico dell’opera stessa.

Ogni tela, contraddicendo parzialmente i presupposti dell’estetica artistica, che vede nella manualità abile dell’esecutore il genius dell’artista e che in questo contesto pone la casualità come strumento finale per esaudire l’impronta dell’immagine, qui predispone l’esito di un’indagine che, per essere compresa nella sua interezza, deve leggersi prima e dopo la “forma” lasciata dall’impatto: prima attraverso l’idea e il pensiero dell’artista, dopo con la sensibilità dell’osservatore che, travalicando la fisicità immediata dell’opera, saggia le sue postulazioni concettuali.
Julian T con il suo lavoro riesce a controllare un insieme di variabili davvero complesso che, grazie ad una severa consapevolezza, sa orchestrare e condurre da regista attento ed abile: da possibili variazioni infinite estrae ogni volta un frammento esclusivo che segna l’opera come testimonianza interposta tra quei cambiamenti di stato latenti e plausibili prima, e oggetto di pensiero più “scientifico” poi. Ecco allora che la sua ricerca ci porta ad esplorare quei livelli profondamente analitici del fare pittorico che, per portata di considerazioni, oltrepassa l’immanenza semplice della macchia in quanto tale.

Con le serie AlchemyLight (light box) e Fame (l’impatto delle macchie interagisce con immagini iconiche), l’artista testimonia la radicata intenzionalità di condurre la dimensione della riflessione attivata dalle sue opere oltre l’eclatante e scanzonata loro apparenza: ogni suo lavoro apre, infatti, orizzonti in cui la dinamica attiva e incessante delle sue considerazioni traghetta il pensiero dall’allegoria di gestualità primordiali ai metodi comunicativi della nostra attualità.